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Uno scoglio tutto per me

Isole > I racconti dalle isole


Uno scoglio tutto per mè

Una storia fantastica
Testo di Gianni ed Angela Amati (Agosto 2012)


Era la vigilia di Ferragosto e il dio Vulcano, stava mettendo in ordine la sua officina sistemata sotto l'Etna in compagnia del suo aiutante Forzacchiù.
   Forzacchiù non era né un dio né un semidio o eroe. Era semplicemente un giovanotto del posto dotato di una forza incredibile. Quanto all'aspetto, non era affatto meglio del suo principale: era orbo da un occhio a causa di una scintilla di ferro infuocato che glielo aveva danneggiato irreparabilmente e come se ciò non bastasse, era alquanto ingobbito per via del suo lavoro che consisteva nell'azionare incessantemente il mantice per tenere viva la fiamma.
  Vulcano se lo teneva prima di tutto perché era un gran lavoratore e non avanzava pretese di sorta; ma c'era anche un altro motivo: da un suo amplesso con sua moglie Venere era nata Bruttassai che, come diceva il nome aveva preso tutto dal padre e nulla dalla madre. Il pensiero recondito di Vulcano era di darla in moglie a Forzacchiù in modo da sistemare quella figlia disgraziata ed inoltre risparmiare sul soldo che attualmente doveva corrispondere al futuro genero.
  -  Dove andate per Ferragosto, principale? Chiese Forzacchiù.
  - Mah devo ancora decidere. Ho qui un biglietto per una crociera nell'Egeo organizzata dall'ERMETE viaggi ma mia moglie, come ha visto il biglietto, si è fatta subito scoppiare un terribile mal di testa ed ha detto che non se la sente proprio di partecipare. Io invece mi sento spuntare un altro paio di corna e penso che quella fetente voglia passare qualche giorno con un pastore nostro vicino di casa. Perciò, se vuoi posso regalarti il biglietto ma stai attento perché è una crociera per dei e semidei ed i comuni mortali non sono ammessi: quando ti presenti fatti passare per mio figlio illegittimo e divertiti.
  Col biglietto regalatogli da Vulcano   Forzacchiù salì a bordo e si diede subito a cercare tra le dive qualcuna con cui fare amicizia, ma erano appena usciti dal porto che al megafono si udì una voce: "Il signor Forzacchiù deve presentarsi subito al comandante per comunicazioni urgenti che lo riguardano".
  Il comandante della nave era il famoso Giasone che aveva guidato la spedizione per la conquista del Vello d'oro.
  "Lei ha compiuto una gravissima infrazione punibile con la morte. Abbiamo appena accertato che lei non è affatto il figlio illegittimo del dio Vulcano ma un comune mortale e come lei sa i mortali non sono ammessi a bordo. Solo per riguardo al dio Vulcano non la farò buttare ai pesci, ma in compenso, dovrà andare a fare lo sguattero in cucina e, quando vorrà passeggiare sul ponte per la sua ora d'aria, dovrà portare al collo un cartello con sopra scritto: MORTALE ABUSIVO ed in testa dovrà portare quest'elmo che le consegno". E gli consegnò un elmo da cui spuntavano due vistose corna ben ramificate.
  "Accetto la punizione" - disse Forzacchiù - "ma per l'elmo non si potrebbe soprassedere? "
  "Non si può" - ribatté il comandante - "è prescritto dal regolamento di bordo."
  Così Forzacchiù rimase a bordo, ma, come è facile immaginare, tutte le ragazze lo schivavano come un appestato e ridevano di lui.
  Ad onor del vero, c'era una ragazza che non lo derideva e che gli consentiva di conversare con lei. Non era affatto brutta: anzi aveva dei bei capelli biondi e lunghi e ricci, due occhi color del mare e per il resto aveva un corpo ben fatto e slanciato.
  Conversando con lei, Forzacchiù apprese che si chiamava OndinaAzzurra e che era l'ultima figlia del dio Oceano e di Gea. La crociera durò una settimana ed al termine i due si promisero di continuare a vedersi: OndinaAzzurra gli disse che lei coabitava con la Sibilla Cumana e che sarebbe stata felice se lui si fosse trasferito in Campania.

-   Principale, posso chiedervi una cosa? - domandò Forzacchiù a Vulcano appena fu tornato al lavoro.
-   Dimmi pure figlio mio, rispose Vulcano.
-   Ecco, principale, voi sapete che io vi voglio bene come a un padre e mi sento in debito con voi che mi avete insegnato il mestiere, ma in crociera ho conosciuto una ragazza veramente bella e me la vorrei sposare. Perciò, col vostro permesso, vorrei mettermi in proprio. In Campania ho visto un posticino, una montagna chiamata Vesuvio che ha tutto l'occorrente per impiantarvi un'officina coi fiocchi.
-   Ragazzo mio, se vuoi un consiglio, lascia perdere. Le femmine più sono belle e peggio sono: guarda me che ho sposato la donna più bella del mondo e che la vedo col binocolo.
Però se proprio insisti, ti lascio andare ed anzi ti regalo anche tutto quello che ti ci vuole per mettere su l'officina che sogni.
Così Forzacchiù aprì la sua officina e cominciò a fabbricare aratri, zappe e quant'altro serve per il lavoro dei campi. Al sabato portava la sua merce al mercato e la barattava coi contadini che lo contraccambiavano con provoloni, cacicavalli ed altro ben di Dio.
  Appena ebbe concluso la sua prima vendita, Forzacchiù riempì un bel cesto coi prodotti avuti e andò a portarli a OndinaAzzurra. Appena la ragazza vide il cesto scoppiò a ridere: "Ma come sei scemo! Io sono una ninfa e mi nutro di nettare ed ambrosia: di queste cose non so proprio che farmene. Piuttosto c'è una cosa che non ti avevo detto: come sai, io sono stata l'ultima figlia dei miei genitori e ti dirò che sono stata anche una sorpresa per cui, quando sono nata, i miei avevano già regalato tute le isole alle mie sorelle e per me non c'era più nulla. Perciò, se vuoi che continuiamo a vederci, dovresti darti da fare perché anche io possa avere almeno un piccolo scoglio di cui possa dire: questo è mio."
  Forzacchiù ci rimase male ma poi, pensa che ti ripensa trovò la soluzione.
  Per prima cosà costruì una nave in ferro così grande che l'arca di Noè al confronto era una scialuppa e la rivestì all'interno di materiale refrattario capace di mantenere ben caldo qualunque liquido vi si mettesse dentro. Sul fondo della nave mise un tappo che poteva essere sollevato dall'esterno. Poi scavò un lungo canale dalle pendici del Vesuvio fino alla nave ed infine con un macchinario di sua invenzione, fece un buco nella montagna in modo che la lava del Vesuvio, scorrendo nel canale, potesse andare a finire direttamente nella nave.
  Naturalmente, quando questo fiume di fuoco attraversò le campagne, portò dovunque distruzioni e sciagure e gli abitanti alzarono vive preci a Giove perché fermasse questo flagello, ma in quel momento, il sommo padre era impegnato in una delle sue scorribande amorose e le lagnanze furono diligentemente registrate dal suo segretario Mercurio che però non adottò alcun provvedimento.
  Fu così che Forzacchiù poté dirigere la nave al largo, e giunto nel posto che gli parve opportuno, sollevò il tappo e scaricò la lava in mare. Nacque così l'isola di Procida.
  Appena la lava fu fredda da poterci mettere piede, Forzacchiù andò difilato da OndinaAzzurra e le disse: "Veni, vieni a vedere che bell'isola ti ho costruito".
  La ragazza seguì Forzacchiù ma, dopo un primo momento di entusiasmo, cominciò a trovarci mille difetti: era difficile sbarcarvi, e poi era un isolotto da poveracci e così via.
  Punto sul vivo, Forzacchiù si propose di fare di meglio: Questa volta scavò il canale sotto terra e lo prolungò sotto il mare fino al punto in cui aggi sorge l'isola di Procida.
Quando tutto fu pronto, fece il solito buco nel Vesuvio e questa volta la lava giunse direttamente sul posto.
  L'isola era magnifica: ricca d'acqua termale, consentiva di farvi lunghi bagni rilassanti e i fanghi che si formavano, potevano curare molte malattie e mantenere la pelle fresca e liscia.
  Forzacchiù andò a chiamare OndinaAzzurra perché venisse a vedere la nuova isola, ma anche questa volta, dopo un primo entusiasmo, fece bocca storta e disse: "Tu non vuoi proprio capire che io sono una divinità: cosa vuoi che me ne faccia dei tuoi stupidi fanghi? Io sarò sempre giovane e bella. Avrei piuttosto preferito che ci fosse qualche posticino dove starmene tranquilla senza il pericolo di essere spiata."
-   Ti accontenterò anche in questo - promise Forzacchiù.
Si mise di nuovo all'opera, scavò un nuovo tunnel vi fece irrompere la lava, ma questa volta, usando una tecnica che qui sarebbe troppo lungo spiegare fece sorgere a fianco dell'isola due alti scogli (i faraglioni) e scavò sotto il pelo dell'acqua una magnifica grotta che era illuminata da riflessi azzurri.
  Completata quest'opera, andò a prendere OndinaAzzurra. "Che ne dici? Non è bellissima ?"
"Oh caro" rispose la ragazza "certo mi piace tantissimo ma qui non c'è niente di mio. Se vuoi farmi veramente felice, dovresti intestare a me la proprietà di questi posti".
  L'ufficio dove si registravano i passaggi di proprietà era situato nell'Ade (regno di Plutone) ed era gestito dal solito Mercurio nella sua qualità di protettore dei ladri e dei lestofanti.
  Alle pareti erano appesi vari cartelli che illustravano le principali regole della procedura.
Uno di questi diceva: "Il mancato adempimento della promessa di matrimonio non è motivo valido per l'annullamento del passaggio di proprietà". Ma Forzacchiù infatuato com'era non vi fece caso e le tre isole furono intestate ad OndinaAzzurra.
  Completato il passaggio di proprietà Forzacchiù propose ad OndinaAzzurra di celebrare le nozze ma la ragazza fu di diverso avviso. "Caro mio" gli disse "tu sei un mortale ed io sono una ninfa: dovresti saperlo che le ninfe vogliono vivere libere da legami e che comunque i matrimoni tra dei e mortali devono essere approvati dal sommo Giove. Perciò tornatene a casa tua e poi ti farò sapere" e lo congedò.
  Tornato a casa, Forzacchiù continuò a pensare sull'accaduto: si sentiva preso in giro e voleva vendicarsi.
  "So io cosa farò scaverò un altro tunnel e inonderò il golfo di lava: salterà tutto all'aria, le isole sprofonderanno e così quella fetente avrà il fatto suo".
  Aveva appena finito di pensare questa cosa che gli comparve il solito Mercurio, questa volta nelle vesti di messaggero di Giove.
  "Per ordine del Sommo Padre" gli disse " devi tornare subito da Vulcano. Giove è venuto a conoscenza dei guai che hai combinato ai contadini del posto e non ti incenerisce solo perché ha ricevuto un biglietto da Vulcano che dice di avere urgente bisogno di te per fabbricare i fulmini che servono a Giove. Perciò fai fagotto e torna da dove sei venuto."
  Non gli restò che ubbidire; tornò da Vulcano e gli narrò tutta la sua avventura al che Vulcano gli chiese: "Hai capito adesso perché sulla nave dovevi portare quell'elmo?"


Capri


Ischia e Procida


Fotografie di Riccardo Maria Cipolla




 
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